Esiste un'ermeneutica del fare che precede la parola, una filologia del gesto che si inscrive nel silenzio bianco della materia. Quando Giorgio Vicentini ha varcato la soglia delle Ceramiche Pierluca, non abbiamo assistito semplicemente a una visita di cortesia e all'incontro tra le eccellenze di Induno Olona e il riverbero marino di Albissola, abbiamo assistito a una traduzione.
Vedere la mano di Vicentini muoversi su supporto ceramico significa osservare il tentativo, quasi ansioso e pur colmo di grazia, di ancorare l'etereo al sostanziale. Il pennello non si limita a depositare il pigmento, ma sussurra una traccia, evoca un eco. Quel nero denso, quasi scultoreo, non è un'imposizione cromatica, ma un'onda che si srotola sulla resistenza del bianco, una negoziazione tra l'intenzione dell'artista e la memoria dell'argilla è, nel senso più alto del termine, un atto di presenza.
Il linguaggio di Giorgio Vicentini non ammette aggettivi superflui. E' una sintassi di sottrazioni, dove il nero non è un'assenza di luce, ma un'affermazione ontologica. Nello spazio bianco della ceramica, il suo gesto si muove con la precisione del filologo che cerca la parola radice, il logos originario. Vicentini pratica una "poetica del limite": il suo pennello sussurra una traccia che è, allo stesso tempo ferita e sutura. E' un linguaggio di elementi costruttivi del colore-per citare la sua stessa ricerca-dove la macchia si fa struttura e il segno si fa architettura.
Nelle mani di Vicentini, il colore si fa volume, diventa un'entità quasi tattile, una densità umida che non si limita a occupare la superficie, ma la interroga. E' un idioma della fluidità che sfida la rigidità della terracotta. Come il testo di uno scrittore che scava nelle stratificazioni del significato, così il segno di Vicentini scava nel visibile per rivelare l'invisibile: quella curva che ha il peso di un pensiero non detto, quell'ombra che, pur essendo fissa, sembra conservare il ritmo di un respiro sospeso.
L'incontro tra la sua mano e il forno di Dario Bevilacqua rappresenta dunque una traduzione suprema: dal fluido al solido, dall'idea alla sostanza. E l'occhio di Marcello Campora, nel catturare questo processo, non sta nel risultato finale, ma nella trepidazione dell'istante in cui il colore accetta di farsi destino.