Colore crudo, 2013, acrilici e scontorni di polifoil policromo su tela di lino, 140 x 100 cm
Giorgio Vicentini (Varese 1951) e Sangregorio si sono incontrati per la prima volta a Milano, in occasione di una mostra. Potevano essere gli anni ‘80 e Sangregorio, che era arrivato con Ballo e Baj, gli ha detto: “Giorgio libera la testa, non essere troppo concettuale”. Un invito su cui riflettere, non facile da rispettare per chi, come Giorgio, aveva imboccato la via della ragione. Colore crudo è un un’opera che forse ha risposto solo in parte alla raccomandazione di quello che Giorgio ricorda come “un padre”, un “barbaro raffinatissimo”, un uomo di grande cultura e profondità. Vicentini non ha mai rinunciato del tutto al lato concettuale della sua ricerca, lo ha però inserito e mitigato in una visionarietà sottile, gestita dal colore e capace di mutare luoghi aspri e inospitali in spazi siderali e misteriosi, in terre promesse ancora tutte da colonizzare, sospesi tra la terra e luna, “senza fronde né fiori”, avrebbe detto Saba. Ma qui, a differenza della poesia di Saba, non possiamo attendere la neve, il buio dell’infinito, le tenebre del mondo avvolgono questo scoglio verde sospendendolo nello spazio e nel tempo.